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LUPUS, L’IRA DEI MALATI: CURE DIFFICILI

C’è un altro pianeta in Sardegna, dentro la sanità pubblica, che combatte da anni per un’assistenza pubblica adeguata. È quello dove vivono i malati reumatologici, migliaia di sardi che hanno bisogno di cure puntuali e controlli periodici per evitare che la malattia porti all’invalidità. Il problema è la carenza di strutture pubbliche (c’è solo il Policlinico), non di reumatologi che, chiariscono le associazioni, «sono anzi tantissimi ma utilizzati per altri tipi di specialità».
LA SITUAZIONE. La maggior parte dei malati deve attendere «mesi e mesi» anche per una semplice visita di controllo. Col rischio che eventuali complicazioni colpiscano altri organi e tessuti. Si tratta, infatti, di patologie croniche autoimmuni (come il lupus, l’artrite reumatoide, la spondilite anchilosante) con cui si è costretti a vivere per tutta la vita e solo se ben curate si può garantire al paziente una certa tranquillità. La situazione è particolarmente difficile in Sardegna, tra le regioni più colpite d’Italia: l’incidenza è del 23% (contro il 18,3% della media nazionale) per artrosi e artrite e dell’8,8% (contro il 5,3) per osteoporosi. «Dati Istat, visto che non esistono studi epidemiologici, altra carenza», sottolinea Ivo Picciau, presidente dell’Asmar, l’associazione che riunisce 1500 malati sardi. «Ebbene questi dati ci dicono che l’Isola è tra le più colpite: eppure i nostri malati non riescono ancora ad avere un’assistenza adeguata e sono costretti a rivolgersi ad altre figure specialistiche o ad andare a curarsi fuori. L’unica struttura esistente, ma ovviamente insufficiente a far fronte come si dovrebbe a tutte le richieste, è quella del Policlinico universitario: in nessun altro ospedale esiste un reparto di reumatologia».
LA DENUNCIA. È una giovane cagliaritana a sollevare di nuovo il caso dei pazienti reumatologici. Da quando aveva 14 anni (oggi ne ha 29), Silvia Angioni è malata di Les (Lupus eritematoso sistemico), che colpisce 9 donne su 10: la malattia, mal curata, l’ha resa invalida. «Dovrei sottopormi a frequenti e regolari controlli – spiega Silvia Angioni – ma la mia condizione di disoccupata non mi consente di frequentare gli studi privati. Infatti a Cagliari, nonostante il Policlinico che ho abbandonato perché restavo buttata lì ore e ore, è quasi impossibile avere un’assistenza specialistica adeguata alla complessità della malattia e, come altri pazienti, devo attendere anche mesi per un controllo. Per non parlare dei periodi in cui la malattia si riacutizza: devo far riferimento all’Asmar che con i suoi specialisti volontari mi consente di andare avanti. Possibile che, chi come me è invalida e senza soldi, debba rinunciare al diritto a un’assistenza sanitaria decente, perché non esiste un ospedale per i malati reumatologici?».
LA REGIONE. Una prima risposta arriva dall’assessore alla Sanità Antonello Liori. «Sono consapevole che le liste d’attesa per i malati reumatologici siano troppo lunghe a causa delle poche strutture pubbliche presenti, ma anche per la presenza di pochi specialisti sul territorio. Perciò, ho preso l’impegno di creare una struttura ospedaliera che preveda alcuni posti per degenza, ma anche finalizzata a ricoveri in day hospital, con attenzione alla terapia biologica che richiede ospedalizzazione. Mi sono anche impegnato per mantenere nel “Prontuario terapeutico regionale” i farmaci biologici».
POLICLINICO. L’unico centro con un reparto di Reumatologia è, dunque, l’Azienda ospedaliero-universitaria. La struttura è diretta dal primario (professore ordinario) Alessandro Mathieu, che segue i pazienti con i nuovi farmaci biologici. «Un servizio di eccellenza» che, come spiega il professor Gian Benedetto Melis, direttore sanitario dell’Azienda mista, riesce a coprire le urgenze, con il ricovero del paziente direttamente in Reumatologia al Policlinico o, se non c’è posto, nelle altre divisioni di Medicina del San Giovanni di Dio (80 posti letto) o di medicina internistica a Monserrato, dove gli specialisti reumatologi sono spesso aggregati. «La nostra politica non è raddoppiare le strutture ma semplificarle – dice Melis – il problema è assicurare ai sardi la migliore sanità e l’accoglienza che meritano. Per cui ritengo si debba fare qualunque sforzo politico e organizzativo per spostarsi tutti al Policlinico in modo da creare, con gli stessi professionisti del San Giovanni, un polo universitario ospedaliero con alte specializzazioni al servizio anche di questi malati multidisciplinari».
CARLA RAGGIO
Fonte: l’Unione Sarda

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